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PAN home 
Pandemic architecture competition 
may 2020




E’ evidente che la prova globale che questo virus ci ha obbligato ad affrontare ci ha messo di fronte alle nostre più nude fragilità. Inermi non abbiamo potuto far altro che attendere e abbandonare la vita rumorosa frenetica e produttiva che conoscevamo per entrare in un territorio più vasto fatto di sospensione e dilatazione temporale, di incertezza, di ricucitura di frammenti di una vita vissuta... Di interruzione temporanea della catena di produzione e dei ritmi forsennati del lavoro lasciandoci in un tempo che prima era difficile trovare, immersi, come solitamente eravamo, in un mondo dettato della sempre maggior produttività del lavoro e dalla sempre minor quantità di tempo da dedicare a noi stessi.





Il che ci porta a chiederci se nella tanto rimpianta quotidianità fossimo davvero liberi... e di quali libertà parlare. Abbiamo veramente così tanto bisogno di lavorare sempre? di cambiare telefono e vestiti e macchine con una produzione di rifiuti impressionante? Di sentirci piccola parte di un ingranaggio? Di non saper più gestire la noia?

Assistiamo dai nostri piccoli appartamenti al glorioso successo del mondo virtuale su ciò che noi percepivamo come reale e osserviamo la desertificazione delle piazze e degli spazi pubblici che diventano tutto a un tratto semplicemente vuoti.
Da questa emergenza abbiamo riscontrato che anche grazie alla diminuzione di produzione e di viaggi è conseguita una visibile e innegabile riduzione del inquinamento; l’aria si è fatta più pura e gli animali hanno ripreso territorio perfino nelle città.




Ora che abbiamo forzatamente intrapreso questo cammino e ci siamo allontanati dal modello di vita che conoscevamo, siamo disposti a proseguire su questa strada e colmare il vuoto di un salto verso qualcosa di nuovo che ancora non conosciamo ma che sentiamo come necessario?
Questo ci porta ad una riflessione: durante la vita che normalmente svolgiamo fatta anche di sforzi per rendere il mondo un luogo migliore dove vivere, possiamo ritenerci parte del problema che causa questo malessere o siamo noi stessi parte della soluzione che può innescare un’evoluzione sana del nostro ecosistema?
Una condizione di vuoto





Ogni architettura, che si tratti di una casa o di uno spazio pubblico, che supporta la vita con un significato, che custodisce un’etica del vivere, da alle persone la possibilità di prendersi miglior cura di loro stesse, dei propri simili e dei loro luoghi; in antitesi ad un’architettura che si esaurisce nella necessità di esprimere potere e ricchezza di una società basata sui consumi.





Casa PAN risponde al confronto con questi temi. Rappresenta una soluzione di emergenza sanitaria immediata e un luogo dove poter trovare una relazione nuova tra lo spazio personale e lo spazio della comunità.
Perché di comunità si tratta, una comunità capace di affondare le proprie radici nel territorio in cui vive, nella responsabilità collettiva di cui deve prendere parte, nella tradizione rinnovata, nella sostanziale partecipazione delle persone.
La forma che ricorda la tipologia monastica da luogo ad un microcosmo autonomo, una piccola fetta di natura che si manifesta nell’equilibrio tra un giardino interno protetto e silenzioso e le attività esterne connesse ai bisogni umani primari.
Un luogo in cui trovare riparo immediato e dove poter intrecciare rapporti umani che possano entrare a far parte della memoria collettiva di chi le vive. Quei rapporti umani che sopravvivono nonostante la caduta di tante altre nostre illusioni generate dal necessario progresso.




E’ proprio nella cura di questo giardino e dello spazio circostante che si rende evidente il senso di questo luogo... una terra che può essere fertile perché coltivata e che può dare dei frutti che dipenderà dalla nostra cura far germogliare e poi cogliere.
In qualche modo quanto accade a questo giardino, accade anche a noi.

 





 








 
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